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L'impatto delle politiche di Biden e Trump sugli investitori

28/09/2020

Le elezioni del 2020 negli Stati Uniti potrebbero avere profonde ripercussioni su imposte e spesa pubblica, cambiamento climatico e sanità, ma forse non sul fronte commerciale.

Il Labor Day, che cade il primo lunedì di settembre, rappresenta ufficiosamente la linea di partenza per lo sprint finale della campagna elettorale presidenziale negli Stati Uniti, dopo le convention nazionali dei due partiti principali.

Tutto il dibattito finora si è concentrato sulla personalità dei candidati, più che sui contenuti politici, ma adesso si iniziano a intravedere i connotati di un secondo mandato del Repubblicano Donald Trump o una presidenza del Democratico Joe Biden.

I progetti fiscali di Biden

Si tende ad associare il partito Democratico ad un livello più elevato delle imposte e della spesa, e l'elezione di Biden probabilmente confermerebbe questa tradizione. Con gli aumenti ipotizzati per le imposte sulle società e sui redditi più alti, il governo raccoglierebbe secondo le stime 3,2 trilioni di dollari in 10 anni.

Per contestualizzare il dato, le proiezioni dell'Ufficio di bilancio del Congresso indicano che il deficit federale per il 2020 sarà di circa 3,3 trilioni di dollari, pari al 16% del prodotto interno lordo (PIL) statunitense, il più consistente rispetto alle dimensioni dell'economia USA dal 1945. Anche prima del coronavirus, il disavanzo nel 2019 viaggiava intorno ai 1000 miliardi di dollari l'anno.

Quando i tassi d'interesse sono molto bassi come in questo momento, i costi di rimborso contenuti rendono tollerabili i deficit di dimensioni notevoli, ma se dovessero aumentare in futuro, i pagamenti di interessi più elevati metterebbero sotto pressione le finanze del governo federale.

Per finanziare uno stimolo fiscale, il piano di Biden è aumentare le imposte sui redditi. Attualmente nelle buste paga statunitensi le imposte per la previdenza sociale sono pari ad appena il 6,2% (sia per i dipendenti che per i datori di lavoro) sui primi 137.000 dollari di reddito annuo. Il candidato Democratico Biden vorrebbe applicare questa percentuale anche sui redditi superiori ai 400.000 dollari e aumentare l'aliquota d'imposta marginale per la fascia superiore, ossia sui redditi al di sopra dei 510.300 dollari, dal 37% al 39,6%.

I piani di Biden e le società americane

L'ex vicepresidente Democratico vorrebbe innalzare anche l'imposta sui redditi d'impresa dal 21% al 28%. Questa misura colpirebbe il settore bancario, che non ha spese di capitale o di ricerca e sviluppo da dedurre, ma un'aliquota del 28% sui redditi societari sarebbe comunque inferiore a quella vigente durante la presidenza Obama, quando molte società statunitensi lasciavano i capitali all'estero per evitare le tasse nazionali più elevate.

Inoltre, Biden ha dichiarato in passato che le imprese USA dovrebbero smetterla di riacquistare azioni proprie. Probabilmente è solo parte della retorica populista, ma se diventasse una linea d'azione potrebbe incidere negativamente sul mercato azionario statunitense, vista l'intensa attività di riacquisto di azioni condotta dalle aziende USA.

Più probabile l'innalzamento del salario minimo federale, che la squadra di Biden ha affermato ripetutamente di voler portare a 15 dollari l'ora. Questo cambiamento darebbe impulso alla spesa discrezionale, penalizzando però i datori di lavoro di piccole dimensioni e le attività di commercio al dettaglio, che stanno già arrancando a causa del lockdown di quest'anno.

Cambiamento climatico e sanità

Gli Stati Uniti di Trump hanno già segnalato l'intenzione di uscire dall'Accordo di Parigi dell'ONU sul cambiamento climatico, ma sarà il prossimo presidente a decidere quale strada imboccherà la più grande economia del mondo.

Se verrà eletto Joe Biden, gli Stati Uniti quasi certamente resteranno firmatari del patto e definiranno un piano per raggiungere l'obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. Il piano per il clima annunciato da Biden prevede una spesa di duemila miliardi di dollari in quattro anni per incrementare in misura significativa l'uso di energia pulita nei settori dei trasporti, dell'elettricità e dell'edilizia, una proposta mirata a stimolare la crescita economica e rafforzare le infrastrutture, contrastando nel contempo il cambiamento climatico.

La salute è un altro terreno di battaglia elettorale. Con Biden presidente, si prospettano come probabili delle misure volte ad ampliare l'accesso all'assistenza sanitaria, tra cui il rifinanziamento dell'Obamacare, anche se difficilmente verrebbe adottato il modello a provider unico per i servizi sanitari su scala nazionale proposto da altri candidati Democratici più a sinistra.

Intanto Trump ha alzato i toni sui prezzi dei farmaci negli Stati Uniti promettendo che li farà scendere a livelli internazionali (mentre in genere i medicinali costano di più negli USA). Anche se questo potrebbe creare una certa volatilità dei prezzi delle azioni del settore sanitario in vista del voto, la minaccia che avrebbe potuto costituire con un presidente Democratico più radicale è tramontata.

"Made in America"

Sia i Repubblicani che i Democratici hanno tessuto le lodi dei sindacati e sostenuto le proposte mirate a riportare negli Stati Uniti le attività di produzione delocalizzate all'estero. L'American Foundries Act 2020, per esempio, è una legge che riscuote favori bipartisan, finalizzata a stimolare la produzione nazionale di chip per semiconduttori.

Fin dall'annuncio della sua candidatura nel 2015, Donald Trump ha ripetuto costantemente che gli Stati Uniti hanno accordi commerciali svantaggiosi da rinegoziare, se necessario anche con la minaccia di dazi e azioni di rappresaglia.

Per conquistare il voto dei colletti blu negli stati in bilico come la Pennsylvania, l'Ohio, il Michigan e il Wisconsin, i Democratici hanno abbandonato la vecchia linea di sostenere a spada tratta gli accordi internazionali esistenti a favore di posizioni più combattive.

Se è vero che una presidenza Biden sarebbe probabilmente positiva per le società asiatiche che fanno affari con gli Stati Uniti, soprattutto in confronto con l'alternativa, l'epoca d'oro del libero commercio internazionale sotto Clinton, Bush Jr e Obama sembra un lontano ricordo.

"Ondata blu" nel 2020?

Quello che conta nelle elezioni di novembre non è soltanto il voto sulla presidenza, ma anche quale partito controllerà i due rami del Congresso, dato che sono da assegnare tutti i seggi alla Camera dei Rappresentanti e un terzo di quelli del Senato.

Attualmente i Democratici controllano la camera bassa e i Repubblicani il Senato, ma per realizzare il suo programma politico, Biden avrebbe bisogno di una maggioranza in entrambe le camere.

Anche se i sondaggi hanno dato Biden costantemente in vantaggio su Trump, vale la pena di ricordare che quasi tutte le previsioni davano Hillary Clinton vincente nel 2016. La pandemia e i disordini civili probabilmente renderanno ancora più difficile avere sondaggi affidabili.

Inoltre, bisogna ricordare che il sistema dei collegi elettorali assegna agli stati in bilico un ruolo particolarmente importante nell'elezione del prossimo presidente: i sondaggi indicano ancora una vittoria di Biden, ma con uno scarto molto ridotto rispetto a quello rilevato a livello nazionale.

Probabilmente sarà una sfida all'ultimo voto

Quest'anno è previsto un numero maggiore di schede elettorali inviate per posta, il cui conteggio richiede tempo, pertanto sembra ragionevole ipotizzare che si ripeta quanto accaduto nel 2000, quando non fu possibile annunciare il vincitore la notte delle elezioni.

È probabile che il risultato sia controverso. Una commissione bipartisan presieduta dall'ex presidente Jimmy Carter ha stabilito nel 2005 che i voti via posta sono lo strumento migliore per commettere una frode elettorale. Se ci fosse anche solo un sentore di irregolarità, uno dei candidati potrebbe rifiutarsi di accettare il risultato e sarebbe forse la Corte Suprema degli Stati Uniti a decidere l'esito del voto, come nel 2000, situazione che verrebbe fortemente politicizzata.

Il nuovo presidente USA non si insedierà comunque prima del 20 gennaio 2021, per cui ci sarebbe tempo per risolvere problemi di questo tipo, ma un risultato contestato provocherebbe indubbiamente una forte incertezza sui mercati fino all’annuncio ufficiale del legittimo vincitore.

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